Libri liberi

Logotipo “Libri liberi”Il diritto d’autore viene sempre più spesso impugnato come arma per imprigionare i libri su più fronti. Fortunatamente si moltiplicano anche gli strumenti e le iniziative di contestazione e di autoproduzione finalizzate alla condivisione della cultura. La condivisione dei testi, anche se illegale, è una realtà sempre più diffusa tra gli studenti: la funzione un tempo svolta dalle fotocopie, e poi in parte repressa con nuove leggi e con una politica del terrore sui service di copia e stampa, è ora svolta dalle reti p2p, dove è possibile trovare un gran numero di testi digitalizzati che i ragazzi scaricano e “materializzano” con la propria stampante domestica. Una pratica che, sebbene rimuova ostacoli al diritto allo studio (sancito nell’articolo 3 della Costituzione italiana e purtroppo valido esclusivamente per la scuola dell’obbligo), in base alla mia esperienza sembrerebbe riguardare principalmente i testi universitari e che sarebbe bene sostituire con alternative legali, più economiche ed eco-sostenibili. Infatti, la stampa in casa di testi non ottimizzati ha comunque costi elevati, che in alcuni casi possono superare quelli del libro acquistato regolarmente, e il prodotto, che è meno durevole nel tempo, si configura quasi in una logica usa-e-getta che incrementa il consumo irresponsabile di carta. Da non sottovalutare è anche il degrado causato dalla riproduzione (digitalizzazione e stampa), che comporta una perdita di qualità e di leggibilità e potrebbe avere ripercussioni sia sulla comprensione che sulla vista dei ragazzi.
Prima di tutto sarebbe importante capire l’entità del fenomeno e le motivazioni che spingono gli studenti a percorrere queste vie illegali.

Uno dei motivi è sicuramente il costo dei testi scolastici, da molti percepito come elevato, e l’impatto che ha annualmente sulle famiglie o sul budget dello studente. Se il prezzo elevato fosse semplicemente dovuto agli editori che fanno cartello, le contestazioni sarebbero, a mio parere, giustificate.

Alla disponibilità dei testi nelle biblioteche scolastiche e universitarie potrebbe affiancarsi la possibilità di scaricarne una versione digitale dal sito dell’istituto, anche con accesso limitato ai soli studenti iscritti.

Tra gli editori è pratica diffusa apportare annualmente modifiche non sostanziali e non giustificate ai propri testi scolastici, con il fine di scoraggiare il mercato e lo scambio dei libri usati, con le uniche conseguenze di incentivare le logiche consumistiche e i loro guadagni. La variazione spesso consiste nello spostamento di parti del testo (che però restano invariate nei contenuti), al fine di creare un disagio negli studenti che non hanno acquistato la nuova edizione e che faticano nel seguire le lezioni poiché, ad esempio, hanno i numeri delle pagine e degli esercizi differenti da quelli dei compagni e, soprattutto, del professore (al quale viene sempre regalata l’ultima edizione).

Da un lato, queste pratiche andrebbero disincentivate, sanzionate e boicottate, dall’altro una via legale da percorrere potrebbe essere la sensibilizzazione degli editori a sperimentare nuovi modelli di business e autopromozione, che li avvicinino ai lettori e agli studenti ed eliminino i vantaggi della copia illegale. Un primo passo potrebbe essere la riduzione dei prezzi e l’eliminazione dei cartelli, ma non vanno escluse soluzioni più innovative. Ad esempio, l’editore Garamond, da marzo 2008, incentiva la vendita dei propri libri in formato e-book pdf, con un prezzo ridotto (€9,90) rispetto alla versione cartacea, aggiornamenti gratuiti alle nuove edizioni e una riduzione del peso degli zainetti, dal momento in cui si diffonderanno le piattaforme portatili digitali per la lettura.

Altri due problemi sono l’impossibilità materiale di acquisto di opere ormai fuori catalogo e l’illegalità della loro riproduzione commerciale (perseguita penalmente) o a scopo personale (perseguita ).

Il progetto Libreremo, finalizzato alla condivisione e alla libera circolazione di materiali di studio universitario (e non solo!), consiste in un’azione di resistenza che si concretizza nella digitalizzazione (principalmente non autorizzata) dei testi più utilizzati nelle università italiane e nella loro distribuzione tramite reti p2p e banchetti attrezzati davanti alle università.

All’interno della Commissione per la revisione della legge sul diritto d’autore, come membri di Frontiere Digitali, abbiamo avanzato una proposta per rendere disponibili e valorizzare i libri fuori catalogo, non reperibili sul mercato perché fuori commercio. Abbiamo chiesto, nella consapevolezza che è perfezionabile:

  • l’adozione del Public Domain Enhancement Act proposto da Lawrence Lessig;
  • il permesso di libera copia, diffusione ed esecuzione (non di modifica) per fini non commerciali delle opere non più reperibili da almeno 24 ore (ad esempio telegiornali e trasmissioni televisive ecc.), non più in commercio da almeno 24 ore (ad esempio quotidiani) o fuori catalogo da almeno 7 giorni (ad esempio riviste, libri, videocassette, dvd ecc.), anche se ancora protette da diritto d’autore, fatti salvi il riconoscimento della paternità dell’opera e gli altri diritti morali;
  • il permesso di libera copia, diffusione, esecuzione e modifica, anche per fini commerciali, secondo i termini del pubblico dominio, delle opere non più in commercio o fuori catalogo da almeno 1 anno, anche se ancora protette da diritto d’autore, fatti salvi il riconoscimento della paternità dell’opera e gli altri diritti morali.

Un’altra soluzione legale, facilmente attuabile fin da ora, è contribuire alla scrittura di libri liberi. Wikipedia e LiberLiber hanno dimostrato che dalla collaborazione volontaria possono nascere prodotti superiori a quelli attualmente in commercio e il progetto Wikibooks (sempre di Wikimedia foundation, ma molto meno conosciuto dell’enciclopedia libera) contiene già numerosi manuali (soprattutto tecnici e in inglese) anche di elevata di qualità.
Ciascuno di noi può, fin da subito, dare un (anche piccolo) spicchio del suo tempo e delle sue competenze… Ovviamente alcune materie o tematiche si prestano maggiormente poiché necessitano di aggiornamenti meno frequenti (analisi matematica e storia sono meno soggette a sconvolgimenti rispetto a informatica). È una soluzione che non esclude la commercializzazione dei libri e nuovi modelli di business, in quanto basata sui principi della licenza Gnu-Gfdl, già collaudati software libero e opensource. Probabilmente più di una casa editrice distribuirebbe un’edizione cartacea dei manuali liberi e li venderebbe a prezzi ridotti.

Queste pratiche andrebbero, a mio parere, sostenute (anche economicamente) dallo Stato, in quanto contribuiscono all’arricchimento del patrimonio di beni comuni e incentivano la concorrenza, a beneficio della collettività. Sicuramente un miglior investimento di soldi pubblici rispetto allo stanziamento di fondi da parte delle amministrazioni locali al fine di aiutare chi non può permettersi l’acquisto dei libri per ragioni economiche: a favore della collettività e non a vantaggio di pochi privati.
Sarebbe interessante la creazione di commissioni di valutazione della qualità dei manuali liberi e di comitati scientifici per il loro aggiornamento, sulla base anche dei suggerimenti provenienti da insegnanti e studenti.

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One Response to “Libri liberi”

  1. Fradeve Says:

    Ciao!
    Ho scoperto il tuo blog grazie ad un link sulla mailing list di Wikimedia Italia. Vorrei solo ringraziarti per ciò che scrivi, e per lo stile semplice e chiaro che adotti. Soprattutto, continua a diffondere queste idee. Sono un attivo contributore di Wikiversity (che mi dispiace tu non abbia citato) e negli ultimi tempi la libertà dei testi scientifici sta facendo grandi passi avanti.

    Continua così,
    Francesco

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